Gli italiani usano meno software pirata

Nel 2013, una ricerca di BSA | The Software Alliance fotografava un mercato del software pirata pericolosamente in crescita; tre anni dopo, un nuovo studio (condotto da IDC per conto di BSA) registra qualche segnale positivo di inversione di tendenza in Italia e nel mondo. Cresce fra utenti e aziende la consapevolezza dei rischi connessi all’installazione di programmi “piratati”, a partire dalla non trascurabile eventualità di trovarsi il PC o il network aziendale infetti dal codice malevolo.

Rispetto al 2013, dice la nuova ricerca di BSA, oggi l’utilizzo del software pirata in Italia è calato di due punti percentuali; il risultato è positivo anche in relazione a quanto registrato in Europa Occidentale (-1%), mentre lo è molto meno in confronto alla tendenza globale (-4%).

Tuttavia il tasso di software illegale nel Belpaese continua a essere estremamente alto in termini assoluti, con una percentuale del 45% del totale rispetto al 28% dell’Europa Occidentale e al 17% del Nord America; peggio dell’Italia fanno nell’Asia del Pacifico con il 61% di software pirata, in Europa Centro Orientale (58%) e Africa più Medio Oriente (57%). Il tasso di pirateria nel mondo è stimato da BSA intorno al 39%.

La riduzione di software pirata in Italia è un risultato positivo che “premia il lavoro svolto da BSA nel nostro Paese in questi anni”, ha commentato il presidente del Comitato italiano dell’organizzazione Paolo Valcher, nonostante un tasso di illegalità del 45% (con 20 punti percentuali in più rispetto alla media europea) continui a rappresentare “un dato inaccettabile per una nazione evoluta e moderna” e “un freno in più alla ripresa della nostra economia.”

Va poi considerato quello che BSA definisce un “corollario” alla crescita dell’uso diffuso del software e del software pirata in particolare, vale a dire l’aumento dei rischi per la cyber-sicurezza in ambito aziendale: nel 2015 il numero di nuovi malware individuati è ammontato a 430 milioni, spiega l’associazione, con un attacco condotto contro organizzazioni e aziende mediamente ogni sette minuti e mezzo miliardo di record contenenti informazioni personali rubati o comunque compromessi.

La stima del costo dei cyber-attacchi nel 2015 ammonta a ben 400 miliardi di dollari, e il software pirata rappresenta uno dei vettori più popolari per la diffusione di infezioni da virus, keylogger, trojan, botnet e tutto il multiforme bestiario in cui il codice malevolo si è evoluto in questi anni. A peggiorare la situazione c’è infine la tendenza degli impiegati a installare programmi illegali sui sistemi client loro assegnati, fornendo così ai criminali un potenziale punto di accesso al network aziendale.

Nessun settore è al riparo dal rischio contro la sicurezza rappresentato dal software pirata, avverte la ricerca di BSA, e anche in business tradizionalmente protetti come quello bancario, assicurativo e finanziario i programmi illegali costituiscono il 25% del totale. Si stima che il 15% dei dipendenti sia responsabile del caricamento di software non autorizzato sulle macchine aziendali, mentre il 60% considera il software legittimo come un’assicurazione contro il rischio di trovarsi il PC infetto e il lavoro compromesso in qualche modo.

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