G7 2017, collaborazione internazionale contro i cyber-attacchi

Nei giorni scorsi si è svolta la prima riunione importante del nuovo summit dei G7, incontro tradizionalmente dedicato alla cooperazione tra le sette principali economie avanzate (secondo la classifica del Fondo Monetario Internazionale) che quest’anno si svolgerà a Taormina sotto la presidenza Italiana. In attesa della due-giorni di fine maggio, a Lucca c’è stata una riunione non meno importante dove si è parlato di cyber-sicurezza e cooperazione internazionale contro i cyber-attacchi.

Nella città toscana c’erano i Ministri degli Affari Esteri di Italia, Canada, USA, Regno Unito, Francia, Germania, Giappone più la rappresentante dell’Unione Europea (Federica Mogherini), e tra i documenti rilasciati alla fine dei lavori ha trovato spazio anche una “dichiarazione sul comportamento responsabile degli stati nel cyberspazio.”

Si tratta di un “documento di ampio respiro” non vincolante, come ammettono gli stessi membri del G7, per giunta nato da un lavoro di compromesso con le nazioni che vogliono continuare a rimanere più “forti” sul fronte del cyber-warfare (USA e UK). Nondimeno il lavoro è stato salutato come un primo, importante passo da cui far nascere iniziative future maggiormente mirate ed efficaci nell’imporre regole condivise.

Che cosa hanno deciso, in sostanza, i ministri degli esteri delle più grandi economie avanzate? Che da qui in poi occorre prima di tutto una maggiore e più fattiva cooperazione tra le nazioni per la salvaguardia del cyber-spazio, con l’impegno a difendere Internet dagli attacchi e a mantenerla sicura, aperta, accessibile, affidabile e interoperabile.

Internet ha portato enormi benefici per lo sviluppo economico, sociale e politico, hanno riconosciuto i membri del G7, e per salvaguardare questa capacità della Rete globale occorre che le nazioni più avanzate si scambino informazioni sulla sicurezza e i cyber-attacchi, si assistano l’un l’altro nella prevenzione e nel contrasto di cyber-crimine e cyber-terrorismo, si impegnino a rispettare i diritti umani anche on-line come stabilito dalle risoluzioni delle Nazioni Unite (ONU).

La Carta dell’ONU viene richiamata anche laddove parla di diritto naturale all’autodifesa (Articolo 51), una prerogativa che vale anche su Internet nel caso di eventuali attacchi contro le infrastrutture vitali di una nazione. Proprio le preoccupazioni per il rischio di escalation militari e ritorsioni nel cyber-spazio, massicci attacchi di tipo “denial-of-service” e altre azioni in grado di danneggiare il normale funzionamento di Internet “e quindi delle nostre stesse democrazie” vengono citate come lo spunto che ha dato il la alla formulazione della dichiarazione congiunta.

Un punto che il documento non cita è quello delle cosiddette “cyber-armi”, piattaforme tecnologiche dotate delle caratteristiche proprie dei malware e ampiamente presenti negli arsenali delle forze dell’ordine o delle agenzie di intelligence dei paesi più sviluppati: in Italia il business dei cosiddetti “malware di stato” è piuttosto diffuso (vedi i casi Hacking Team, RCS Lab e Area), ma nella dichiarazione del G7 si è preferito sorvolare così come non è stata presa in considerazione una loro possibile messa al bando alla stregua di quanto già succede con le armi nucleari.

Pierluigi Paganini, uno dei membri del gruppo che ha messo assieme il documento, sostiene che di cyber-armi si è discusso parecchio durante i lavori di stesura. Anche se non se ne parla in maniera esplicita, ha spiegato Paganini, le nuove regole condivise dai membri del G7 dovrebbero servire proprio a “promuovere una discussione tra Stati” su questo fronte particolarmente scottante. Inizia un percorso (si spera) comune che alla fine dovrebbe migliorare la cyber-sicurezza per tutti.

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